Basilea 3

Nota tecnica_BASILEA 3

Basilea 2

Basilea 2 è l’ accordo internazionale sui requisiti patrimoniali delle banche, elaborato dal Comitato di Basilea ed entrato in vigore nel 2008.

Il primo accordo di Basilea (cosiddetto Basilea 1), in vigore dal 1988, nacque dall’esigenza di garantire un sistema minimo di regole, condivise a livello internazionale, finalizzate a limitare il più possibile i rischi di instabilità del sistema finanziario internazionale legate a eccessive esposizioni al rischio creditizio da parte delle banche.

Tale accordo fu elaborato dal Comitato internazionale per la vigilanza bancaria, nato nel 1974 a seguito del fallimento della banca tedesca Bankhaus Herstatt, che provocò una grave crisi del sistema dei regolamenti interbancari internazionali.

Il Comitato opera in seno alla BRI, la Banca dei Regolamenti Internazionali, con sede a Basilea, la cui azione è finalizzata principalmente a promuovere la cooperazione tra le Banche Centrali allo scopo di garantire la stabilità monetaria e finanziaria internazionale.

Il Comitato non dispone di potere normativo e le sue raccomandazioni non hanno forza legale nei confronti di soggetti terzi. Al contrario, le sue indicazioni rappresentano proposte operative che andranno discusse e ratificate dalle autorità nazionali competenti.

I testi successivi possono essere ripresi citando la fonte: Ufficio Studi del Consorzio Camerale per il credito e la finanza.


Basilea 1

Nel 1988 venne siglato il primo accordo di Basilea a cui hanno aderito le autorità bancarie di oltre 100 paesi.

Tale accordo prevedeva l’obbligo per le banche di accantonare una quota di capitale proporzionale ai finanziamenti erogati per far fronte ai rischi connessi all’attività creditizia.

In particolare, l’accordo prevedeva che le banche detenessero, come riserva, una quota di capitale pari almeno all’8% del prestito erogato, ponderato sulla base delle diverse categorie di clienti delle banche.

La necessità di ponderare il capitale di riserva nasceva dalla constatazione che tale riserva deve essere in qualche modo collegata al livello di rischiosità della controparte. Di conseguenza, l’8% non veniva calcolato sulla base del valore nominale del finanziamento erogato ma facendo riferimento al cosiddetto “attivo ponderato per il rischio”.

L’importo nominale del finanziamento era, cioè, moltiplicato per un valore compreso tra zero (rischiosità nulla) e uno (rischiosità massima). Il risultato che ne deriva sarà moltiplicato per l’8% al fine di calcolare l’ammontare effettivo di capitale di riserva da accantonare.

In base all’accordo di Basilea I, le ponderazioni previste per il rischio erano le seguenti:

Categoria di rischio Coefficiente ponderazione Quota di capitale su cui calcolare l’8%
Prestiti alle imprese e ai privati 1 100%
Mutui ipotecari su case per abitazione 0.5 50%
Prestiti a banche con sede in un paese OCSE 0 0%
Investimenti in titoli di stato domestici 0.5 50%

Un esempio può contribuire a comprendere meglio il funzionamento del sistema di Basilea I.

Supponiamo che la banca conceda un finanziamento di 100 euro a un cliente. In base alla categoria di rischio in cui si colloca il cliente, il capitale di riserva che la banca dovrà accantonare per far fronte al rischio di insolvenza, sarà corrispondente a:

Categoria di rischio Coefficiente ponderazione Attivo ponderato per il rischio Capitale di riserva richiesto
Prestiti alle imprese e ai privati 1 € 100 x 1 = € 100 € 100 x 8% = € 8
Prestiti alle imprese e ai privati 0.5 € 100 x 0,5 = € 50 € 50 x 8% = € 4
Prestiti alle imprese e ai privati 0.2 € 100 x 0,2 = € 20 € 20 x 8% = € 1.6
Prestiti alle imprese e ai privati 0 € 100 x 0 = € 0 € 0

Ciò significa che, per 100 euro “prestati”, la banca dovrà accantonare un capitale di riserva che oscilla tra gli otto euro richiesti per finanziamenti a privati e imprese e 1,6 euro richiesti per i finanziamenti concessi a banche di paesi aderenti all’OCSE. Addirittura, non è necessario accantonare capitale di riserva per investimenti in titoli di stato domestici.

Questo sistema aveva l’innegabile merito di aver introdotto un elemento di maggior sicurezza nell’operatività delle banche, riducendo il rischio che l’insolvenza di uno o più debitori possa causare crisi di liquidità alle banche e diffondere, attraverso una reazione a catena, una situazione di instabilità e di crisi a tutto il sistema finanziario internazionale.

Presentava, però, uno svantaggio “strutturale”, che si è venuto evidenziando in misura sempre maggiore con la progressiva apertura dei mercati e l’aumento della competizione, sia per le imprese, sia per le banche.

Tale svantaggio era riconducibile al fatto che questa ripartizione per categorie di rischio non differenziava a sufficienza il rischio legato ai diversi clienti che, secondo Basilea I, venivano raggruppati nella categoria dei prestiti a imprese e privati, la categoria cioè, a cui è associato il massimo coefficiente di rischio (coefficiente uguale a 1).

Dal punto di vista delle banche, la competizione crescente imponeva di perseguire la massima redditività possibile dall’impiego del capitale e, allo stesso tempo, la riduzione dei costi di gestione. Costi di gestione che risentivano ovviamente di una immobilizzazione del capitale a fini di riserva non ottimale e non legata alla effettiva rischiosità dell’esposizione delle banche. Analogamente, il sistema di ponderare allo stesso modo tutti i prestiti appariva penalizzante per le imprese che presentavano un profilo di rischio migliore rispetto alla media ma che, ciononostante, si vedevano equiparate ad aziende con una peggiore situazione finanziaria.

Per ovviare a queste lacune e dare una risposta alle esigenze derivanti dalla dinamica dei mercati finanziari internazionali, che imponevano di trovare regole più efficaci per garantire la stabilità e l’affidabilità del sistema, il Comitato di Basilea avviò, alla fine dello scorso decennio, un processo di revisione dell’accordo di Basilea 1 culminato nella redazione del nuovo accordo sui requisiti patrimoniali delle banche, il cosiddetto Basilea 2, entrato a regime all’inizio del 2008.


I 3 pilastri

Basilea 2 può essere immaginato come una struttura basata su tre pilastri, relativi a:

– requisiti minimi di capitale

– controllo prudenziale degli organi di vigilanza

– disciplina di mercato

Il pilastro che riguarda più da vicino l’accessibilità al credito da parte delle imprese è senz’altro il primo che, regolando i criteri per il calcolo del patrimonio di riserva delle banche, influisce direttamente sui costi e sulle condizioni delle operazioni di finanziamento.

Il primo pilastro, infatti, introduce modifiche sostanziali alla regola dell’8% su cui poggiava Basilea 1, subordinando il calcolo del patrimonio di riserva delle banche alla determinazione della effettiva rischiosità del portafoglio di affidamenti concessi, integrata a sua volta dalla valutazione di una serie di fattori complementari che saranno esaminati più in dettaglio nel corso della trattazione.

Il secondo pilastro intende rafforzare i poteri di controllo e monitoraggio delle Banche Centrali sulla stabilità e l’affidabilità dei sistemi bancari nazionali. In particolare, le Banche Centrali dovranno monitorare il rispetto, da parte delle banche, di tutta una serie di vincoli operativi e organizzativi per la misurazione e la gestione dei propri rischi di gestione.

Il terzo pilastro intende rafforzare il ruolo di “deterrenza” svolto dalla disciplina di mercato contro politiche troppo disinvolte nell’assunzione dei rischi da parte delle banche. Viene, infatti, imposto alle banche di garantire la massima trasparenza nella diffusione delle informazioni relative alle proprie politiche aziendali e, in particolare, al profilo di rischio delle proprie strategie di affidamento/investimento. In linea teorica, il mercato dovrebbe penalizzare quelle banche che non garantiscano una adeguata trasparenza o che presentino un profilo di rischio troppo elevato, imponendo loro tassi più elevati sui prestiti concessi o addirittura, negando loro i capitali in situazioni estreme.

basilea2


 

I requisiti patrimoniali delle banche

Secondo Basilea 2, l’ammontare del patrimonio di riserva che le banche devono accantonare è una funzione diretta della rischiosità delle strategie di affidamento/investimento che esse adottano.

Quanto maggiore è la rischiosità delle scelte di portafoglio fatte dalle banche, tanto maggiore sarà la quota di capitale di riserva che esse dovranno detenere per far fronte a situazioni di crisi.

Ma quali sono e come si valutano i rischi che le banche devono affrontare?

Basilea 2 prevede tre categorie di rischio:

– rischio di credito

– rischio operativo (che non era contemplato da Basilea 1)

– rischio di mercato

Per la valutazione del rischio di credito e del rischio operativo, Basilea 2 prevede diversi approcci che le banche possono seguire, in maniera più o meno discrezionale, in base alle proprie capacità organizzative e alle proprie politiche aziendali.

Per quanto riguarda il rischio di credito, l’accordo prevede:

– un approccio basato sui rating esterni (standard)

– un approccio basato sui rating interni, a sua volta articolato in:

P un modello di base

P un modello avanzato

Per il calcolo del rischio operativo, le banche potranno far ricorso a:

– un approccio dell’indicatore di base

– un approccio standard (da non confondere con l’approccio standard al rischio di credito)

– un approccio di misurazione avanzato

Il rischio di mercato, introdotto da Basilea 1 nel 1996, obbliga le banche a detenere una quota di capitale di riserva per far fronte a eventuali perdite sul portafoglio di trading o sulle operazioni in valuta. Tale integrazione si è resa necessaria per far fronte ai rischi che lo sviluppo dei mercati finanziari e degli strumenti derivati e il conseguente aumento dell’utilizzo di strumenti finanziari alternativi da parte delle banche comportano per la stabilità del sistema.

Anche in questo caso, possiamo affermare che è la prima categoria di rischio, quello di credito, a riguardare direttamente le imprese, poiché il rischio operativo e quello di mercato, pur andando a influire sull’ammontare del capitale di riserva necessario, non sono legati e non condizionano direttamente la qualità del credito concesso alle imprese.


 

L’approccio standard

Il cosiddetto approccio standard sarà utilizzato da quelle banche che non possano o non intendano costruire un proprio modello di valutazione del rischio e che quindi preferiscano fare riferimento ai rating assegnati alle imprese da agenzie specializzate esterne (Standard & Poor’s, Moody’s, ecc).

In Italia, il numero di imprese che dispongono di un proprio rating “certificato” da queste agenzie è minimo e risulta difficile immaginare che le imprese, soprattutto se di piccole dimensioni, possano o vogliano sostenere i costi e le procedure necessarie per farsi assegnare un simile rating. Inevitabilmente, la stragrande maggioranza della clientela di queste banche finirà quindi per essere ricompresa in una apposita categoria di rischio, prevista da Basilea 2, denominata “senza rating”.

L’approccio standard riprende, ampliandolo, lo schema di ponderazione che già abbiamo visto applicato da Basilea 1. Viene quindi previsto l’accantonamento di un capitale di riserva pari all’8% dei finanziamenti erogati, ponderati per il rischio rappresentato da ciascuna categoria di prenditori. Rispetto a Basilea 1, però, aumentano le categorie di clientela considerate e viene introdotta una ulteriore discriminazione dipendente dal rating assegnato a ciascun cliente.

In base all’incrocio tra categoria di clientela e rating del cliente si dedurrà l’ammontare ponderato del finanziamento (attivo ponderato per il rischio) su cui calcolare l’8%.

 

Rating

Categoria cliente Da AAA a AA- Da A+ a A- Da BBB+ a BBB- Da BB+a BB- Da B+ a B- Inferiore a B- Senza rating Scaduti
Stati 0 0.2 0.5 1 1.5 1
Banche (rating dell’istituto) 0.2 1 1 1.5 0.5
Banche (rating paese) 0.2 0.5 1 1.5 1
Corporate (imprese) 0.2 0.5 1 1.5 1 1.5
Retail (imprese e privati) 0.75 0.75 1.5
Mutui residenziali 0.35 0.35 1
Mutui commerciali Da 0,5 a 1 a seconda delle Banche Centrali 1.5

Alcuni esempi possono contribuire a rendere più comprensibile il funzionamento dell’approccio standard.

Supponiamo che una banca conceda un finanziamento di 100 euro a un cliente. Per semplicità, consideriamo solo le categorie “corporate” e “retail” e le classi di rating corrispondenti a BBB+ (che rappresenta un ottimo giudizio per una impresa) B- (categoria ad alto rischio) e “senza rating”, che interessano più da vicino le imprese.

In base al rating assegnato al cliente, il capitale di riserva da accantonare sarà pari a:

Corporate Retail BBB+ B- Senza Rating
(€ 100 x 1) x 8% = € 8 (€ 100 x 1,5) x 8% = €12 (€ 100 x 1) x 8% = € 8
(€ 100 x 0,75) x 8% = € 6 (€ 100 x 0,75) x 8% = € 6 (€ 100 x 0,75) x 8% = € 6

Va innanzitutto spiegata la differenza di trattamento tra le imprese che rientrano nella categoria “retail” e quelle che rientrano nella categoria “corporate”. Nella categoria “retail” rientrano tutti i prestiti di importo inferiore a un milione di euro concessi a imprese e privati.

In questa classe rientrano:

– crediti rotativi (carte di credito e scoperti di conto)

– prestiti personali, rateali e in leasing

– altre forme di credito alle imprese (tranne acquisto di titoli)

Poiché si tratta di prestiti di limitata entità, Basilea 2 prevede che ad essi si applichi sempre una ponderazione pari a 0,75. Ciò significa che la quota dell’8% di capitale di riserva, che le banche devono accantonare per far fronte al rischio rappresentato da questi prestiti, sarà calcolata non sull’ammontare effettivo del prestito (nel nostro esempio 100 euro) ma su una quota pari al 75% del prestito. In sostanza, la banca “fingerà” che il prestito concesso non sia di 100 euro ma solo di 75 e calcolerà l’8% proprio sui 75 euro di prestito “teorico”.

Ciò comporterà un costo minore per la banca (che dovrà accantonare meno capitale di riserva) e, probabilmente, un costo minore anche per l’impresa (che pagherà un tasso più favorevole).

In secondo luogo, si può notare che per le imprese che non rientrano nella categoria retail e che non dispongono di un rating (classe dei “senza rating”) la ponderazione sarà pari a 1. In sostanza, l’8% sarà calcolato sull’ammontare effettivo del prestito concesso (100 euro di prestito 8 euro di capitale di riserva).

Può capitare, d’altra parte, che la banca, nella definizione del capitale di riserva, debba far fronte a situazioni in cui vi siano ritardi, in un qualsiasi pagamento, da parte del cliente. Qualora il ritardo nei pagamenti superi i 180 giorni, Basilea 2 richiede che la ponderazione utilizzata per definire il capitale di riserva sia pari a 1,5. Ciò significa che, nell’ipotesi di un prestito di 100 euro, l’8% andrà calcolato su un ammontare teorico di 150 euro. Quindi il capitale di riserva da accantonare sarà pari non a 8 ma a 12 euro.

L’ammontare di capitale di riserva da accantonare rappresenta un costo per la banca che, inevitabilmente, si ripercuote sulle condizioni di accesso al credito per i clienti. Quanto maggiore è l’ammontare di capitale di riserva che un prestito richiede, tanto maggiore sarà il tasso. Nei casi estremi, in cui il rischio di insolvenza da parte del cliente sia particolarmente elevato, potrebbe accadere che la banca neghi il prestito all’impresa.

Le imprese possono però “mitigare” il rischio rappresentato dai propri prestiti e di conseguenza migliorare le condizioni di accesso al credito praticate dalle banche nei loro confronti presentando adeguate garanzie personali o reali.

A differenza di quanto avvenuto finora, le garanzie personali saranno valide solo se saranno presentate da Banche, altre istituzioni finanziarie vigilate o enti governativi. Nel caso in cui siano presentate da Confidi o da altre società private, le garanzie saranno valide solo nel caso in cui questi soggetti dispongano di un rating pari almeno a A-.

In questi casi, la ponderazione per definire il capitale di riserva da associare al prestito sarà calcolato non sulla base del rating del cliente che riceve il finanziamento, ma tenendo conto del rating di chi concede la garanzia.

Anche nel caso delle garanzie reali, il rating del debitore sarà sostituito da quello dello strumento dato in garanzia (contanti, oro, titoli di stato, ecc) [1]. Nell’ipotesi di un prestito di 100 euro, se una impresa con rating B- presenta una garanzia costituita da titoli di stato che godono di un rating pari ad A, il capitale che la banca deve accantonare in riserva non sarà pari a 12 euro (euro 100 x 1,5 = 150 x 8% = 12 euro di riserva) ma solo a 1,6 euro (euro 100 x 0,2 = 20 x 8% = 1,6 euro di riserva).

Un simile “risparmio” di capitale per la banca si tradurrà in migliori condizioni praticate all’impresa.

[1] Se la garanzia reale è costituita da azioni non quotate in indici qualificati, quali il Mib 30, si applica il cosiddetto approccio integrale. In base ad esso, la parte di prestito coperta da garanzia (ponderata per tenere conto della volatilità del titolo) non viene considerata per la determinazione del capitale di riserva della banca.


 

Approccio dei rating interni

L’approccio standard permette alle banche meno strutturate di determinare velocemente il capitale di riserva da accantonare, collegando il “rischio” di ciascun prestito a valori percentuali predeterminati, eventualmente corretti e mitigati dalla presenza di garanzie reali o personali.

Questo approccio presenta però lo svantaggio di non tener conto delle peculiarità proprie di ciascun cliente e, quindi, di non distinguere il diverso livello di rischio rappresentato da ciascun prestito. Inoltre, il rapporto tra la ponderazione del rischio (che determina l’ammontare effettivo di capitale di riserva da accantonare) e classe di rating risulta poco elastica rispetto al rischio di insolvenza del cliente.

Se, infatti, osserviamo la tabella precedente, notiamo che per una impresa BBB+ la ponderazione è pari a 1, cioè il valore del prestito “ponderato” su cui calcolare l’8% corrisponde al valore effettivo del prestito. Quindi per un prestito di cento euro, il valore ponderato sarà 100 euro e il capitale di riserva 8 euro. Per una impresa B-, molto più rischiosa, la ponderazione è invece 1,5 cioè per 100 euro di prestito, il valore ponderato del prestito sarà pari a 150 euro e il capitale di riserva da accantonare sarà di 12 euro.

Ma se noi consideriamo il tasso di insolvenza storicamente associato a ciascuna di queste due classi di rating, scopriamo che l’insolvenza si è verificata nel 15% dei casi tra le imprese B- mentre si è verificata solo nello 0,15% dei casi tra le imprese BBB+. Ne consegue che le imprese B- sono 100 volte più rischiose delle imprese BBB+, ma a fronte di ciò il rapporto per la ponderazione del rischio è di 2 a 3 (cioè 1,5 contro 1). Ne consegue una penalizzazione relativa, in termini di ponderazione del rischio, per le imprese più virtuose.

Per ovviare a questo problema e garantire una valutazione più precisa dell’effettivo rischio rappresentato da ciascun prestito, Basilea 2 consente alle banche di seguire un approccio più avanzato, cosiddetto “dei rating interni”, in base al quale ciascuna banca potrà costruire al proprio interno un proprio sistema di rating, basato sull’esperienza maturata in passato. Tutte le banche che adottano questo approccio valuteranno “in casa” il rischio di insolvenza dei propri clienti, quello che in termine tecnico si definisce probabilità di default (PD) e che valuta unicamente il rischio rappresentato dal cliente in sé, senza tener conto delle garanzie presentate o di altri elementi di rischio legati al tipo di finanziamento erogato.

La valutazione delle garanzie accessorie presentate dal cliente e delle caratteristiche specifiche del finanziamento richiesto/accordato potrà essere effettuata o assegnando dei “valori” standard, predeterminati dalla Banca Centrale (approccio di base ai rating interni) che non tengono conto della peculiarità di ciascuna situazione, o quantificando, di volta in volta, all’interno della banca, il “peso” delle garanzie e delle caratteristiche del prestito, garantendo una maggior precisione nel giudizio (approccio avanzato ai rating interni).

In questo lavoro si analizzerà il cosiddetto approccio avanzato, specificando di volta in volta quali elementi di valutazione sono predeterminati dalla Banca Centrale nell’approccio di base.


Il Rating

Elemento fondante della metodologia introdotta da Basilea 2 per la valutazione del patrimonio di riserva da accantonare è la discriminazione più attenta e articolata tra i livelli di rischiosità associati a ciascun cliente. Ne consegue che, per la concessione di finanziamenti a privati o a imprese, le banche non saranno più chiamate a detenere una riserva di capitale pari almeno all’8% dell’affidamento concesso, ma dovranno calcolare questa percentuale sulla base della rischiosità di ciascun prestito concesso.

L’attuale quota dell’8%, pertanto, potrà essere ridotta o aumentata a seconda che il cliente sia più o meno affidabile e che, quindi, rappresenti un minore o maggiore rischio di insolvenza.

Chi e come valuterà il grado di rischiosità del singolo cliente?

Fondamentale per rispondere a queste domande è l’introduzione del concetto di rating.

Possiamo affermare che il rating permette alle banche di tradurre in un “voto” l’insieme delle informazioni quantitative e qualitative relative alle imprese (struttura finanziaria, situazione patrimoniale, capacità di gestione, competitività del prodotto, rapporti precedenti con il sistema bancario, ecc), ai trend che caratterizzano il loro settore e/o il loro contesto territoriale di riferimento e al livello di interdipendenza con le altre imprese.

Il rating permette quindi agli analisti delle banche di poter sintetizzare in un unico giudizio di merito i risultati delle diverse analisi effettuate nelle tradizionali istruttorie e di associare a ciascuna impresa un preciso livello di rischiosità da cui discenderà, sia pure con l’integrazione di altri elementi di giudizio, la definizione del pricing, cioè del costo complessivo e, più in generale, delle condizioni di concessione del credito.

Il rating, a cui è associato il giudizio sulla probabilità che un cliente risulti insolvente, deriva dall’integrazione dei risultati di tre distinte tipologie di analisi:

quantitativa (basata quindi sui dati economico-finanziari, quali investimenti, liquidità, produttività, redditività)

qualitativa (storia dell’impresa, struttura organizzativa, posizione competitiva)

andamentale (utilizzo precedente delle linee di credito, rapporti col sistema bancario)

Il rating sarà assegnato ai clienti prima che sia stato deciso di concedere il prestito e dovrà essere rivisto periodicamente da una unità indipendente.

Va sottolineato che il giudizio sulla probabilità di default (insolvenza) dei clienti dovrà tener conto di una definizione di default diversa da quella generalmente in uso nel sistema creditizio italiano. Se è vero, infatti, che vi può essere default quando la banca ritiene improbabile che il cliente sia in grado di rispettare gli obblighi assunti, è altrettanto vero che per Basilea 2 il default si verifica anche quando sussista una situazione oggettiva, non dipendente dal giudizio della banca: quando cioè il cliente ritardi il pagamento di una qualsiasi scadenza relativa al prestito contratto per oltre 90 giorni.

Questo secondo elemento, oggettivo, che concorre a determinare la situazione di default (insolvenza) rappresenterebbe una penalizzazione e un rischio notevoli per le imprese italiane, soprattutto per le PMI. Per attenuare gli effetti di questa proposta, la Banca d’Italia ha richiesto di prolungare a 180 giorni il ritardo minimo oltre il quale un pagamento andrà considerato in default.

Tale prolungamento, che dovrebbe avere una validità temporanea (5 anni) per consentire alle imprese di riorganizzare i propri rapporti con clienti e fornitori, potrebbe essere applicato in via definitiva per i prestiti retail. L’analisi quantitativa permette di valutare la capacità dell’impresa di produrre reddito sufficiente per la copertura del servizio del debito e la remunerazione del capitale di rischio.

Va comunque ricordato che Basilea 2 non specifica quali indicatori debbano essere presi in considerazione, né quali pesi debbano essere attribuiti a ciascuna voce ai fini dell’assegnazione dei rating. Non sono nemmeno richiesti sistemi automatici di valutazione.

L’analisi qualitativa integra i risultati dell’analisi quantitativa evidenziando aspetti quali:

– obiettivi strategici dell’azienda (politica aziendale, mercati di riferimento, marketing mix, innovatività)

– posizionamento competitivo dell’azienda

– capacità manageriale

– struttura organizzativa dell’impresa

– andamento dell’economia e, in particolare, del settore economico di riferimento

Per l’assegnazione del rating verranno, infine, considerate le informazioni che emergono dalla analisi andamentale dell’impresa.

Per analisi andamentale si intende l’esame della “storia” dei rapporti che la singola impresa ha avuto con le banche, con riguardo sia alle sue abitudini gestionali (regolarità dell’utilizzo del fido, alimentazione del conto corrente, margini di utilizzo) sia alle sue politiche finanziarie (numero di banche affidanti, ammontare dei fidi, rapporto tra ammontare accordato e utilizzato).

Una volta determinato il rating del cliente, la banca determinerà automaticamente la probabilità che, nell’arco dell’anno, quel cliente diventi insolvente. La PD (probabilità di insolvenza), infatti, è un valore associato automaticamente a ciascuna classe di rating e varia al variare del rating.


 

La valutazione dell’azienda

Alla determinazione del capitale di riserva da accantonare concorrono, oltre alla PD, cioè alla probabilità di insolvenza, legata al rating di ciascun cliente, anche altri elementi che caratterizzano in maniera specifica il tipo di prestito concesso.

I tre elementi principali che si dovranno considerare sono:

percentuale di perdita in caso di insolvenza (LGD) che misura il probabile ammontare di finanziamento che la banca riuscirà a recuperare una volta terminate le procedure di contenzioso nei confronti dei clienti insolventi

esposizione all’insolvenza (EAD), che misura il probabile ammontare di prestito effettivamente utilizzato dal cliente al momento dell’insolvenza

perdita di valore economico del prestito concesso (Maturity), che misura il rischio che la qualità del prestito peggiori col passare del tempo.

Questi tre elementi sono pre-determinati dalla Banca Centrale nel caso dell’approccio base ai rating interni. Il loro valore, cioè, non dipende dalle caratteristiche specifiche dei singoli prestiti considerati, ma viene fissato a priori.

Le banche che adotteranno invece l’approccio avanzato ai rating interni potranno calcolare il valore di queste variabili analizzando i singoli prestiti e attribuendo a ciascuno di essi una valutazione personalizzata.


 

La perdita in caso di insolvenza (LGD)

I valori della LGD sono predeterminati nel caso di approccio base, secondo una griglia che tiene conto delle garanzie reali associate a ciascun prestito.

Generalmente, per i prestiti non garantiti la LGD di base sarà pari al 45% (45 euro persi per ogni 100 euro prestati) e potrà essere mitigata in presenza di garanzie. Per i prestiti subordinati sarà invece pari al 75%.

Va sottolineato che tra le garanzie reali che concorrono a ridurre il valore della perdita attesa si potranno considerare, oltre a quelle già considerate nell’approccio standard (approccio dei rating esterni) anche le proprietà immobiliari, il capitale fisico (impianti, macchinari, ecc) e gli effetti rappresentativi di crediti commerciali (fatture da scontare) [1].

Nel caso dell’approccio avanzato ai rating interni, la banca potrà crearsi una propria “scala” della LGD corrispondente ai diversi livelli di perdita attesa. I diversi valori della LGD andranno stimati tenendo conto, oltre che della forma tecnica del prestito e delle garanzie associate, dell’esperienza storica della banca, utilizzando valori medi di lungo periodo.

Seguendo questo approccio, le banche potranno determinare liberamente il valore minimo della LGD per i diversi prestiti, con l’eccezione dei prestiti a privati garantiti da immobili residenziali, per i quali la LGD non potrà essere inferiore al 10%.

[1] Per le proprietà immobiliari e il capitale fisico, la garanzia è valida se copre dal 30% al 140% dell’importo del prestito. Nel caso dei documenti rappresentativi di crediti commerciali, non è posto un limite minimo e sarà pienamente capiente se pari al 125% del prestito.


 

L’esposizione all’insolvenza

Nell’approccio base, sono previste alcune regole fisse da rispettare. In particolare, per valutare l’esposizione andranno calcolati non solo l’ammontare correntemente utilizzato dal cliente, per cassa o per firma, ma anche i margini di utilizzo disponibili sulle linee di credito che non siano immediatamente revocabili. Tali valori andranno ponderati secondo parametri prefissati [1].

Se, ad esempio, in una linea di credito di 100 euro sono stati utilizzati finora 30 euro per operazioni per cassa e 20 euro per lettere di credito commerciale a breve e rimane quindi un margine disponibile non immediatamente revocabile di 50 euro, l’EAD, cioè l’esposizione al default per la banca sarà pari a:

€ 30 x 100% (peso delle esposizioni per cassa) = € 30 +
€ 20 x 20% (peso delle esposizioni per firma di questa tipologia) = € 4 +
€ 50 x 75% (peso del margine disponibile non revocabile) = € 37,5 =
Esposizione della banca in caso di default sul prestito di 100 euro € 71,5

Nell’approccio avanzato, saranno invece le banche a fissare i valori di riferimento per stimare il peso dei crediti di firma e dei margini disponibili.

[1] Il valore delle esposizioni per cassa va calcolato interamente. Nel caso di esposizioni per firma, il valore sarà calcolato interamente se il credito è un diretto sostituto di credito, sarà calcolato al 50% per crediti originati da transazioni commerciali e al 20% per lettere di credito a breve. I margini disponibili saranno invece calcolati per il 75% del valore nominale.


 

La perdita di valore del prestito

Per i prestiti di durata maggiore, esiste, oltre al rischio di insolvenza, anche il rischio di perdita di valore.

Se, ad esempio, le condizioni di un prestito sono state fissate sulla base di un rating BBB accordato al cliente, nel caso in cui il cliente venisse retrocesso a un rating pari a BB, il valore teorico del prestito si ridurrebbe senza che la banca possa adeguare al rialzo il tasso precedentemente concordato. In tal caso la banca subirebbe una perdita teorica legata alla minore entrata ottenuta rispetto al tasso di interesse che si dovrebbe applicare a un cliente di rating BB.

Il rischio di perdita di valore è tanto maggiore quanto maggiore è la durata del prestito e quanto migliore è il rating assegnato al cliente (le probabilità di peggioramento del rating sono maggiori di quelle di un ulteriore miglioramento).

Nell’approccio di base, la durata residua dei prestiti è stimata, a priori, in 2,5 anni. Nell’approccio avanzato sarà invece la banca a fare una stima personalizzata per ciascun prestito [1], che comunque dovrà essere ricompresa tra uno e cinque anni.

Una volta determinate probabilità di insolvenza (PD, legata al rating di ciascun cliente), percentuale di perdita in caso di insolvenza (LGD), ammontare di esposizione probabile in caso di insolvenza (EAD) e rischio di perdita di valore economico del prestito (Maturity) la banca disporrà degli elementi di base per calcolare l’ammontare di capitale di riserva necessario a coprire le perdite legate a una eventuale insolvenza del cliente.

Questi quattro elementi di base andranno ancora ponderati con la cosiddetta probabilità di perdita inattesa che, nelle intenzioni di Basilea 2, servirà per garantire alle banche un ulteriore “cuscinetto” di riserva nel caso di situazioni di crisi economiche inattese che dovessero provocare un numero di insoluti maggiore della media.

Prima di arrivare a determinare il capitale di riserva necessario è necessaria un’ultima riflessione.

Applicando in maniera “neutrale” questi elementi di valutazione a tutti i prestiti concessi ai clienti e alle imprese in particolare, si finirebbe per penalizzare le PMI che rappresentano, sia per l’ammontare dei prestiti concessi, sia per il “peso” sul totale degli affidamenti, una tipologia di clientela meno rischiosa rispetto ai grandi gruppi o comunque alle imprese di dimensione maggiore.

Le grandi imprese, infatti, soprattutto se dotate di un buon rating, per il peso che hanno nel tessuto produttivo nazionale e internazionale e per le interdipendenze che inevitabilmente si creano tra loro, possono entrare in crisi per situazioni congiunturali che colpiscono globalmente un settore produttivo o l’economia nel suo complesso. Esiste dunque l’elevata probabilità che queste imprese possano fallire più o meno contemporaneamente a causa di fattori esterni che colpiscono tutte le imprese.

Al contrario, le imprese minori possono entrare in crisi per cause interne all’azienda, senza che questo dipenda da situazioni di crisi generale e senza il pericolo di trasmettere ad altre imprese minori la situazione di crisi.

Per tener conto della natura diversa delle cause di crisi aziendale e del diverso livello di interdipendenza tra le imprese, Basilea 2 introduce un ulteriore elemento di valutazione ai fini della determinazione del capitale di riserva da accantonare a fronte dei prestiti concessi.

Si tratta del “coefficiente di correlazione” che attribuisce ai diversi clienti delle banche una diversa probabilità di essere coinvolti in situazioni di crisi che colpiscano anche gli altri clienti di fondi. Quanto maggiore è la correlazione e quindi la probabilità di essere coinvolti in crisi generalizzate, tanto maggiore sarà il capitale di riserva che le banche dovranno accantonare a fronte del prestito concesso.

A tale proposito, Basilea 2 prevede 3 grandi categorie di prestiti:

corporate, destinati alle grandi imprese con fatturato superiore ai 50 milioni di euro. Si tratta delle imprese con il maggior livello di interdipendenza (il coefficiente di correlazione può arrivare al 24% partendo da un minimo del 12%) e che rappresentano il rischio più elevato;

SME corporate, destinati a imprese con fatturato inferiore a 50 milioni di euro e superiore a 5 milioni, il cui coefficiente di correlazione può arrivare al massimo al 20% partendo da un minimo dell’8%;

retail [2], destinati a privati o a piccole imprese, indebitate per non più di un milione di euro, il cui coefficiente varia tra il 2% e il 17%.

Ne consegue che le PMI dispongono di un coefficiente di ponderazione più favorevole rispetto alle imprese di dimensioni maggiori, soprattutto se relativo a prestiti di ammontare inferiore a un milione di euro. Il minor coefficiente adottato per le PMI impone alle banche un ammontare minore di capitale di riserva da accantonare, con la conseguenza di ridimensionare il costo del prestito concesso.

Ricapitolando, il capitale di riserva da accantonare per ciascun prestito sarà pari a:

Perdite attese e inattese x EAD x LGD x Coefficiente legato a Maturità

(aggiustate per il fattore di correlazione)

E’ però necessaria una precisazione: per la valutazione del rischio legato al portafoglio retail, le banche dovranno stimare internamente non solo la probabilità di insolvenza, ma anche LGD (ammontare delle perdite in caso di insolvenza) e EAD (esposizione effettiva in caso di insolvenza) [3]. Saranno cioè obbligate ad adottare l’approccio avanzato ai rating interni.

Per limitare il costo di tali valutazioni, d’altra parte, le banche non dovranno considerare singolarmente ciascun prestito, ma potranno considerare questi finanziamenti come gruppi (pool) omogenei per qualità e forma tecnica e misurarne la rischiosità a livello di pool.

[1] La maturity sarà calcolata come media ponderata delle diverse scadenze previste per le diverse rate di pagamento previste, ognuna ponderata per il relativo importo.

[2] Il portafoglio retail viene ulteriormente suddiviso in tre categorie a seconda della forma tecnica del prestito: carte di credito e finanziamenti rotativi, mutui prima casa, altro retail (in cui rientrano i prestiti alle PMI, cosiddette sme retail).

[3] Per il portafoglio retail non è richiesto alcun aggiustamento per la Maturity del prestito.


 

Il rischio operativo

Ai fini della determinazione del capitale di riserva, Basilea 2 introduce anche il concetto di rischio operativo. Tale scelta trova la sua ragion d’essere nello sviluppo di nuovi strumenti finanziari che ha caratterizzato l’evoluzione dei mercati finanziari mondiali nel corso degli ultimi due decenni e che contribuisce ad aumentare il rischio di perdite per le banche che operino in questi mercati.

Il rischio operativo può derivare, secondo Basilea 2, dal malfunzionamento delle procedure e dei sistemi interni, da incapacità o dolo del personale, da eventi esterni. Non rientrano nella definizione di rischio operativo né il rischio strategico (perdite dovute a errori di strategia) né il rischio di reputazione (perdite dovute al coinvolgimento della banca in eventi negativi).

Per calcolare l’ammontare di capitale di riserva che le banche devono accantonare per far fronte a questo rischio, Basilea 2 prevede, sulla falsariga di quanto abbiamo visto per il rischio di credito, tre diversi approcci:

– approccio dell’indicatore di base

– approccio standard

– approccio del misuratore avanzato

L’approccio dell’indicatore di base impone alle banche di detenere un ammontare di capitale di riserva pari al 15% del margine di intermediazione medio dell’ultimo triennio.

L’approccio standard rappresenta un affinamento dell’approccio di base e prevede una suddivisione del margine di intermediazione in diverse linee operative, corrispondenti ai diversi ambiti di attività della banca. A seconda della rischiosità di ciascuna linea operativa, l’ammontare di capitale da destinare a riserva varia dal 12% al 18% del margine di intermediazione.

L’approccio avanzato permette alle banche di utilizzare propri sistemi di valutazione del rischio operativo. Basilea 2 si limita a prevedere alcuni requisiti minimi che garantiscano l’affidabilità dei modelli utilizzati.